Un viaggio tra i Sibillini e i Monti della Laga
Partiamo dopo il lavoro, venerdì 30 aprile, con il nostro minivan che scivola silenzioso verso Castelsantangelo sul Nera.
È già buio quando arriviamo, e la notte ci accoglie con un freddo pungente: 3° C.
Eppure dormiamo profondamente, cullati dal silenzio della montagna.
La mattina seguente ci svegliamo presto, l’aria è frizzante e limpida.
Puntiamo verso Frontignano, con un obiettivo chiaro: raggiungere Passo Cattivo e fare tappa al Cristo delle Nevi, ai piedi del maestoso Monte Bove.

Arrivati al parcheggio restiamo sorpresi: è il primo maggio, eppure siamo completamente soli. Nessuna voce, nessun passo.
Solo noi, il vento e la montagna. Ed è perfetto così.
Frontignano e il Cristo delle Nevi: camminare dentro il vento
Zaini in spalla, bastoncini pronti, Olivia scodinzolante. Si parte.
Il sentiero sale deciso verso il rifugio Il Saliere. Attorno a noi solo panorami aperti e selvaggi: prati verdi che ondeggiano, cavalli al pascolo immersi nel loro silenzio, ignari della nostra presenza. Il vento è il vero protagonista: forte, incessante, quasi a ricordarci che qui comanda lui.


Camminiamo senza fretta. Le nuvole sopra di noi corrono veloci, cambiano forma, si rincorrono tra le vette. È uno spettacolo continuo, potente, quasi ipnotico. Guardare tutto questo insegna qualcosa, senza bisogno di parole: si può stare bene così, senza aggiungere altro.
Superiamo gli ultimi residui di neve, che si sciolgono lentamente sotto il sole di maggio. Ma più saliamo, più il vento diventa intenso.
Arrivati quasi verso Passo Cattivo, capiamo che non è il caso di proseguire:
la montagna va rispettata.


Decidiamo allora di deviare verso il Cristo delle Nevi, una meta che non avevamo mai raggiunto prima.
Il sentiero sul crinale è ancora coperto di neve in alcuni punti. Procediamo con attenzione, passo dopo passo, Olivia ben vicina. Intorno a noi si stagliano le vecchie strutture delle stazioni sciistiche abbandonate dopo il terremoto: immobili, silenziose, quasi sospese nel tempo. Hanno qualcosa di malinconico, ma anche profondamente poetico.

Arriviamo finalmente al Cristo delle Nevi. Davanti a noi un panorama infinito. Ci fermiamo, scattiamo il nostro immancabile selfie, e restiamo in silenzio a osservare.
La fame si fa sentire, così torniamo sui nostri passi fino al rifugio Il Saliere, dove ci concediamo la nostra birra di rito. Calorie bruciate… e subito recuperate.



Ripartiamo verso sud, direzione Forca Canapine. Attraversiamo la splendida Piana di Castelluccio, dove luce e vento disegnano il paesaggio. Io guardo fuori dal finestrino cercando di imprimere ogni dettaglio nella memoria, per portarlo con me nei momenti in cui sentirò il bisogno di libertà.
Il viaggio continua tra Marche, Umbria e Lazio, fino ad arrivare ad Accumoli, in provincia di Rieti. Attraversiamo paesi segnati dal terremoto del 2016, ancora in ricostruzione. Qui troviamo un piccolo agricampeggio, accogliente e genuino, gestito da Pietro e Ida. Ci sentiamo subito a casa.
Ci svegliamo con davanti a noi la catena dei Monti della Laga, imponente e silenziosa.



Pantani di Accumoli: la scoperta lenta di un altopiano selvaggio
Si riparte. Io meno entusiasta, lo ammetto. Ma Ugo e Olivia sono già pronti, e mi trascinano fuori dal torpore. E fanno bene.
Il sentiero sale subito deciso: da 900 a 1200 metri in poco tempo. Il respiro si accorcia, le gambe iniziano a lavorare. Ma ad ogni passo il paesaggio si apre: a destra il Monte Vettore della Catena dei Sibillini, a sinistra la maestosità dei Monti della Laga e del Gran Sasso ancora innevato. Il contrasto tra il bianco delle vette, il verde dei prati e l’azzurro del cielo è qualcosa di incredibile.
Stiamo percorrendo un tratto del Cammino delle Terre Mutate, un itinerario che attraversa i territori segnati dai terremoti. Camminare qui ha un peso diverso. Si sente.
Saliamo ancora. Fatica, respiro, silenzio.
Poi all’improvviso il bosco si apre. Davanti a noi un altopiano vasto, verdissimo, circondato da montagne innevate. Ci guardiamo increduli.
“Siamo in Svizzera?” scherza Ugo.


Resto senza parole.
La stanchezza si fa sentire, ma qualcosa dentro spinge a continuare. È lì che capisco cosa significa riscoprirsi: nei limiti, nella fatica, nella voglia di andare avanti.


E finalmente arriviamo: i Pantani di Accumoli.
Un luogo surreale. Selvaggio, silenzioso, perfetto.
Ci fermiamo per pranzo, seduti sull’erba. Il tempo sembra sospeso.



Poi si riparte. Discesa. E che discesa… le gambe bruciano, ogni passo si fa sentire.
Ma è proprio durante il rientro che arriva uno dei momenti più intensi del viaggio.
Dal bosco emergono dei cavalli. Prima uno, poi una cavalla con il suo puledro. Si avvicinano. Noi ci fermiamo, in silenzio, Olivia al guinzaglio, attenta.
Ci passano accanto, a pochissima distanza. Liberi, eleganti, potenti.
E lì… mi commuovo.
Non si può restare indifferenti davanti a una scena così pura.
Ugo sorride: “Anche questa volta non ti sei fatta mancare la lacrima”.
Ha ragione.
Torniamo al camper stanchi, ma pieni. Ringraziamo Pietro per il consiglio: aveva ragione, questi luoghi sono incredibili, e troppo poco conosciuti.


Ora scrivo seduta davanti al Lago di Fiastra, circondata da colline verdi e morbide. Tra poco chiuderemo il weekend con una tappa obbligata: il nostro street food di fiducia, “Il Solengo”. Paninozzo finale, pulled pork di cinghiale… e si torna a casa.

Il nostro viaggio si conclude qui, tra il ricordo dei monti e il sapore della libertà. Speriamo di ritrovarci presto lungo qualche strada secondaria.
Buoni chilometri, ovunque vi porti il cuore.
Ale, Ugo & Olivia